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Il ritorno di Antigone a Siracusa: coscienza, potere e memoria

Iris Bevilacqua
5 giu
Tempo di lettura: 3 min

Recensione sulla rappresentazione al Teatro Greco, 9 maggio 2026


Al Teatro Greco di Siracusa la regia di Robert Carsen riporta in scena l'Antigone di Sofocle sottraendola alle letture consuete. Lo spettacolo riporta al centro il nodo duro della tragedia: il potere che decide chi merita sepoltura e memoria, e una giovane che oppone alla legge dello Stato il diritto alla pietà. Una messinscena essenziale che fa parlare lo spazio antico e il coro dell’INDA.

Il ritorno di Sofocle al Teatro Greco di Siracusa, nella stagione 2026 dell’INDA, con la regia di Robert Carsen e la traduzione di Francesco Morosi, offre l’occasione per interrogare nuovamente una tragedia che l’abitudine ha spesso i gabbiato in formule troppo addomesticate.


Da secoli viene chiamata a incarnare la coscienza contro il potere, la donna contro il sovrano, la legge degli dèi contro la legge degli uomini. Letture legittime, talvolta decisive, ma che col tempo si sono trasformate in formule così levigate da non ferire più. Sofocle, invece, pone all’origine dell’opera un fatto più elementare e più duro: un morto lasciato senza sepoltura, un corpo che il decreto politico vorrebbe trattenere nella propria giurisdizione anche dopo la vita. È qui che la tragedia conserva la sua forza più inquietante, perché non riguarda soltanto la disobbedienza, ma la pretesa del potere di stabilire chi meriti lutto, terra, nome, memoria.


La rappresentazione del 9 maggio ha restituito questa tensione in modo chiaro. La protagonista, Antigone, interpretata da Camilla Semino Favro, si oppone al divieto di Creonte, re di Tebe e interpretato da Paolo Mazzarelli, che nega sepoltura a Polinice perché nemico della città. La giovane sceglie di seppellirlo comunque, affrontando una condanna che la porterà a essere murata viva in una grotta. Nemmeno l’intervento del figlio Emone e dell’indovino Tiresia riescono a fermare Creonte in tempo: quando il re si pente, trova Antigone morta ed Emone suicida per il dolore. Al rientro a palazzo anche Euridice, moglie di Creonte, si toglie la vita. Rimasto solo, il sovrano prende consapevolezza del proprio errore.


La regia di Robert Carsen ha scelto una messinscena essenziale, che lascia parlare lo spazio del teatro antico e la forza della parola. Il coro, affidato agli allievi dell’Accademia dell’INDA, non è un elemento decorativo: è un corpo in movimento che sottolinea il conflitto etico e politico, facendo da contrappeso alla voce solitaria di Antigone. La traduzione di Francesco Morosi mantiene un registro solenne ma diretto, evitando arcaismi che avrebbero allontanato il pubblico moderno.


Le scelte di regia e di scenografia creano un’atmosfera sospesa, alternando momenti di tensione a pause di riflessione. La direzione degli attori è coerente con questa linea: l’interpretazione di Camilla Semino Favro rende credibile la determinazione e la solitudine della protagonista, mentre Paolo Mazzarelli restituisce la progressiva chiusura di Creonte in un crescendo di rigidità e isolamento.


Lo spettacolo, quindi, non si limita a riproporre un classico, ma ne mette in luce l’attualità. Antigone non è solo la storia di una ragazza contro un tiranno, ma una riflessione su chi decide il confine tra ciò che merita memoria e ciò che deve essere cancellato. In un’epoca in cui il potere definisce spesso chi può essere pianto e chi no, la tragedia di Sofocle torna a interrogarci direttamente.


L’esperienza al Teatro Greco è stata formativa sia sul piano letterario che teatrale, perché ha mostrato come un testo di 2500 anni fa possa ancora parlare al presente, a patto di non ridurlo a formula.

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