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La laurea che non c’era: il silenzio di Miriam, il peso delle aspettative e la solitudine degli studenti fuorisede

Gaia Marino
7 mag
Tempo di lettura: 2 min

Roma, 17 aprile 2025 – Doveva essere un giorno di festa, si è trasformato in tragedia. Miriam Indelicato, 23 anni, originaria della provincia di Catania, è stata trovata senza vita nella sua abitazione a Roma, dove viveva da fuorisede. Mancavano meno di 24 ore a quella che, per la famiglia, sarebbe stata la sua laurea alla Luiss.  

Le cause del decesso sono al vaglio degli inquirenti. Non si esclude un malore improvviso né altre ipotesi. Ciò che ha sconvolto chi l’ha conosciuta è un altro dettaglio: secondo quanto emerso, Miriam non risultava più iscritta all’ateneo da due anni.


  

Indipendentemente da ciò che accerteranno le indagini, resta un dato umano più profondo: quella laurea non sarebbe avvenuta. Miriam, per un tempo che non conosciamo, ha finto con i suoi genitori di portare avanti un percorso già interrotto. Ha retto un peso, da sola.  

Perché a volte fingere che vada tutto bene sembra l’unica soluzione. È un modo per sfuggire al problema, per non affrontarlo. Perché per riconoscere le proprie fragilità ci vuole coraggio.


  

La storia di Miriam non è un caso isolato. Ogni giorno migliaia di studenti non si sentono all’altezza del corso scelto, si sentono falliti per un esame non superato, restano bloccati, fuoricorso. E paragonandosi ai colleghi, trasformano la difficoltà in una condanna.  

Ci ripetiamo che un voto non definisce chi siamo. Ma in quel momento sembra dire tutto su di noi. Viviamo in un tempo che applaude solo i traguardi, senza guardare il percorso, le cadute, la fatica.


Dirlo è un atto di verità. Chiedere aiuto quando si è al limite non è debolezza: è intelligenza. Significa rifiutarsi di restare soli, cercare ascolto senza giudizio, senza vergogna.  

Nessuno dovrebbe arrivare al punto di credere che l’unica via sia sparire. Se di scelta estrema si è trattato, Miriam ha pensato di essere sola. Ma non lo era.


Miriam non deve essere dimenticata. La sua storia ci obbliga a guardarci dentro. A realizzare i nostri sogni anche per chi non potrà più farlo. A raccontare le fragilità senza paura.  

Forse Miriam non è morta il 17 aprile, ma molto prima, quando ha smesso di chiedere aiuto e nessuno se n’è accorto.  

La vera libertà è non restare ingabbiati in vite che non ci appartengono. Troviamo la nostra strada. Sempre. Perché solo lì c’è la felicità.


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