I ragazzi del muretto
"L'era dei muretti", come la definisce nostalgicamente la nostra intervistata, che per convenienza chiameremo "La Lucina", era un tempo molto diverso dal nostro. Le relazioni di amicizia erano naturali, anzi quasi obbligatorie; i ragazzi, infatti, potevano solo trascorrere il tempo, non impiegato nello studio, in aree pubbliche come piazze e come i muretti. L'isolamento, che è tanto comune tra gli studenti di oggi, era quasi impensabile; l'unica cosa da fare, in assenza degli strumenti di distrazione di massa dei tempi moderni (cellulari, internet), era stare insieme, dialogare, passeggiare.
Guardo Lucina negli occhi, intravedo in lei un soffio di nostalgia, le chiedo il perché e lei risponde: “il muretto,- riprende fiato ed inizia- l’era dei muretti era un tempo in cui se si desiderava avere un contatto con l’esterno era necessario incontrarsi nei luoghi comuni della città. Non esisteva nessun altro mezzo in grado di metterci in comunicazione con l’altro e i muretti erano la meta più gettonata. Era un tempo incentrato sul presente, più che sul futuro; si viveva giorno per giorno, e la grande ansia, non era una verifica o un’interrogazione, ma le punizioni, talvolta severe, che potevano essere inflitte dagli insegnanti in caso di errore”.
Incuriosito, le domando sulle preoccupazioni degli adolescenti di quel tempo e lei mi spiega come queste fossero collegate al rigido sistema scolastico: “la scuola non era la sede del sapere tramite cui costruire la nostra indipendenza, ma un luogo opprimente in cui il rapporto alunno-docente era estremamente formale, distaccato, una relazione di subordinazione. Non eravamo liberi neanche di scegliere chi diventare; la scelta veniva presa dai genitori, senza ascoltare le voci delle nostre passioni e ambizioni, considerate troppo astratte e lontane dalla loro lingua del controllo. Avere un lavoro, una casa, una famiglia, erano queste le priorità. Questo è l’errore che molti genitori tuttora fanno: convincersi che il proprio figlio possa e debba diventare ciò che loro non sono potuti essere o che sono, obbligandolo a scegliere tra esigue opzioni.”
A conclusione del nostro dialogo quell’ondata di nostalgia aveva pervaso perfino me che non avevo vissuto quell’epoca. Nella nostra società, schiava della tecnologia, quel muretto è rappresentato dagli schermi, simbolo di un’apparente condivisione che in realtà ci isola. Una società, la nostra, in cui le scelte, pur ampiamente personali, diventano spesso paure che si traducono nel timore di fallire o intraprendere la via errata.

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